Dove il west incontra il cinema: La Monument Valley (Utah/Arizona)

Quando si parla del West, c’è un’immagine che prima di tutte le altre si forma nei nostri pensieri

Memori delle infinite volte che da piccoli ci è apparsa nei film western: quella della Monument Valley.  L’immagine dei monoliti rocciosi color rosso ocra in fondo ad una immensa distesa desertica ha infatti fatto il giro del mondo grazie al cinema, trasformandosi nell’icona indiscussa e nel luogo leggendario che oggi è.  Estesa in un un’area che va dalla periferia di Kayenta sino al fiume San Juan, la Monument Valley è un vasto altopiano desertico compreso tra i 1600 ed i 1700 metri di altitudine in cui si ergono una infinità di formazioni rocciose rossastre dalle dimensioni e dalle forme più bizzarre, che prendono il nome di Buttes quando sono più alte che larghe e Mesas quando sono più larghe che alte.  Per ammirarle da vicino, una strada panoramica sconnessa compie un percorso circolare all’interno di un’area trasformata in parco naturale di proprietà della nazione Navajo (unica tribù indiana ad essere stata riconosciuta come tale), che ne consente la visita con molte (giustificate) restrizioni.  I paesaggi non sono mutati dai tempi in cui i Navajo ne erano padroni assoluti e lo consideravano un luogo sacro.  

Prima di iniziare il percorso all’interno della valle alla scoperta della formazioni più spettacolari,  che nelle tarde ore pomeridiane offrono il meglio di sè,  vale la pena spendere un po’ di tempo al di fuori dell’area protetta, dalla parte opposta della Statale 163 di accesso alla valle (quella su cui si trova, a qualche chilometro di distanza in direzione Mexican Hat, il famoso “Forrest Gump Point”), per visitare il  Goulding’s Trading Post Museum. E’ a lui che la Monument Valley deve infatti tutta la sua popolarità. Nel 1921 il giovane avventuriero Harry Goulding, proveniente dal Colorado, attraversando questa regione a cavallo ne rimase affascinato, ma non era possibile stabilirvisi, perchè la valle era allora inclusa nella riserva degli indiani Piute.  Un anno dopo lo Stato offrì ai Piute una terra più fertile a nord e la valle, diventata demaniale, divenne assegnabile ai coloni. Harry ottenne 640 acri di terra (circa 260 ettari) ai piedi del Big Rock Door Mesa a mezzo dollaro l’acro e vi si trasferì con la moglie con la licenza di commerciante allo scopo di aprire un emporio. Decise di costruire la sua dimora proprio alla base delle pareti a strapiombo del Big Rock, in un punto riparato dal vento, con una magnifica vista sui monumenti naturali della valle sottostante. Non ci mise molto ad entrare in buoni rapporti con i Navajo, da cui venero amichevolmente accettati e con cui scambiavano manufatti contro prodotti locali.  Dopo un primo periodo vissuto pionieristicamente in un accampamento di tende, iniziò a costruire un solido edificio in pietra (completato nel 1928) ed un cottage per accogliere i primi visitatori che cominciavano ad affluire nella valle.  Nel 1933 la striscia di territorio dell’estremo sud dello Utah di cui fa parta la valle venne inclusa nella riserva Navajo, ed Harry si ritrovò ad essere l’unico proprietario bianco all’interno della riserva, che la grande depressione degli anni ’30 condannò ad una vita economica sempre più precaria. Le opportunità di scambio con i nativi si fecero via via più scarse, il flusso di facoltosi turisti attratti dalla bellezza selvaggia del west si era ormai esaurito e ben presto le casse di Harry si svuotarono.  Così, quando nel 1938 venne a sapere da alcuni amici che la United Artist stava preparando un film western, decise di recarsi a Hollywood con un album di fotografie per convincere i cineasti a prendere in considerazione la Monument Valley.  Fu la sua fortuna, perchè le fotografie di quell’album attirarono subito l’attenzione del regista John Ford e pochi giorni dopo, alla fine di ottobre, undici camion e circa 100 persone erano già sul posto per iniziare le riprese del film che avrebbe lanciato la valle in tutto il mondo: “Ombre Rosse”.  Tutti i Navajo della zona ebbero buone occasioni di lavoro (Ford per principio si impegnò ad usare sempre manovalanza e comparse native nei suoi film nella valle e non solo) ed il Goudling’s Trading Post and Lodge divenne il quartier generale delle operazioni.

Ombre Rosse

Il successo di “Ombre Rosse”, uscito nel 1939, contribuì a rinnovare l’interesse di Hollywood per il genere western (che negli anni 40 e 50 troverà i suoi periodi di maggior vitalità) e con esso per la Monument Valley, che John Ford eleggerà a set privilegiato per molti dei suoi film, nei quali anche il Goudling’s Trading Post compare più volte.  Il porticato, con la silhouette di Train Mesa sullo sfondo, appare come ranch dei Clanton nel celebre film “Sfida Infernale” del 1946,  nella sequenza notturna in cui Virgil Earp viene ad arrestare uno dei fratelli Clanton ma viene ucciso a bruciapelo dal vecchio ranchero.   Appare poi come stazione di posta in una sequenza piena d’azione nel successivo “Il Massacro di Fort Apache” del 1948,  quando la diligenza che trasporta il colonnello  Thursday e sua figlia (Hanry Fonda e Shirley Temple) si inerpica sulla breve ma ripida salita che ancora oggi conduce all’edificio. Sempre nello stesso anno,  gli edifici di  Goudling vengono utilizzati come parte del Fort Sark in  “I cavallieri del Nord Ovest”, dove vengono girate la celebre inquadratura del dialogo tra le due rivali in amore sulla terrazza del piano superiore e l’alzabandiera sullo sperone roccioso davanti all’edificio, rivolto verso la valle.  L’edificio che fungeva da ristorante venne appositamente riadattato per essere usato nel film come saloon (poi completamente rimodellato per diventare la “sala delle riprese” del museo), mentre completamente intatto è rimasto il piccolo magazzino del ristorante dove erano conservate le patate, utilizzato durante le riprese come alloggio per il capitano Brittles (John Wayne), ancora oggi perfettamente riconoscibile anche senza l’ausilio della piccola insegna che omaggia il famoso attore.  All’interno del Goundling’s Lodge è dal 1986 visitabile ad offerta libera il Monument Valley Museum : su due piani si potranno visitare il negozio, il magazzino, il salone, il soggiorno, la camera, la cucina e la sala delle fotografie,  con numerose testimonianze sulla vita dei proprietari e sulle loro amicizie.  Nella sala delle riprese (l’ex ristorante), vengono rievocati i film girati nella valle con numerose fotografie di scena, documenti e fotogrammi di film.  Tra le foto, oltre a quelle dell’immancabile John Wayne,  anche una di Clint Estawood appollaiato sul Totem,  il picco roccioso di 273 metri che solo 3 uomini, tra cui lui, sono riusciti a scalare durante le riprese di “Assassinio sull’Eiger” del 1975. 

A pochi minuti, dietro il Goundling’s Lodge, una strada secondaria conduce al Rock Door Canyon, che la curiosità impone di andare a visitare per scoprire come mai John Ford lo abbia in più occasioni scelto come location per alcune scene d’azione dei suoi film. L’ambiente è profondamente cambiato in seguito alla costruzione della strada e di numerosi edifici. Ma è comunque riconoscibile allo sbocco del canyon, nel letto asciutto di un piccolo corso d’acqua, il punto preciso dell’ultima resistenza dei sopravvissuti al comando di Hanry Fonda prima dell’attacco finale degli Apache in “Il Massacro di Fort Apache” di John Ford.  Questo piccolo e suggestivo canyon è stato usato praticamente in ogni sua angolazione per quasi tutti i suoi film, come nella suggestiva sequenza dei cavalli indiani in fuga di “I cavalieri del Nord Ovest” e l’attacco della cavalleria al villaggio Cheyenne appositamente costruito per il set di “Il grande sentiero”. 

Il tardo pomeriggio, quando le condizioni di luce sono ideali per far risaltare le formazioni rocciose,  è il momento migliore per iniziare il giro sulla  Scenic Drive all’interno dell’area protetta, percorribile a pagamento (20$ a veicolo). La strada sterrata, lunga circa 27 km ed aperta dalle 6 del mattino alle 9 di sera,  compie un anello che serpeggia tra le più suggestive formazioni rocciose, con specifiche fermate appositamente segnalate nei luoghi dove è permesso farlo.  La velocità massima consentita è di 15 miglia orarie (circa 30 km ora) ed è assolutamente vietato uscire fuori dai percorsi autorizzati o avvicinarsi a piedi vicino alle rocce. Sul rispetto di queste regole i Navajo che gestiscono e controllano il parco sono estremamente intransigenti e severi, pertanto è bene non cercare di infrangerle. Se si vogliono fare escursioni personalizzate a piedi, a cavallo o in fuoristrada, i Navajo saranno ben lieti di soddisfare qualunque richiesta.

Cinema Western e paesaggi

Prima di arrivare all’imbocco del percorso,  il cinema aveva già preso in considerazione anche gli scenari offerti dalla strada di accesso. Nella piana sottostante il Goudling’s Lodge, in prossimità dell’incrocio, Big Rock Door Mesa e Old Badly fanno da sfondo alla parte iniziale di “Il Grande sentiero”,  l’ultimo dei western fordiani, dove  viene messa in scene la snervante attesa dei rappresentanti del governo da parte dei Cheyenne.  A poche centinaia di metri a nord dell’incrocio viene costruito un grande set per ricreare la città di Tombstone del film “Sfida infernale” (1946), che in realtà si trova centinaia di miglia più a sud.  Una ricostruzione scrupolosa dei caratteristici edifici della città (alcuni dei quali sono ancora ben conservati nell’autentica Tombstone), su uno sfondo però completamente diverso: nonostante siano stati appositamente piantati dei cactus di  Saguaro (tipici del sud), le formazioni rocciose della Monument Valley non corrispondono affatto alla sagoma curvilinea delle Dragoon Mountain che circondano la città reale. Terminato il film, le autorità Navajo decisero di mantenerlo, sperando che venisse ancora utilizzato in futuro, ma Ford lo utilizzò solo più per una brevissima sequenza di “I cavalieri del Nord Ovest” (1949), per il rapido attraversamento della città con la diligenza, il cui postiglione getta il sacco della posta sul marciapiede (sequenza identica a quella del film precedente).   Con lo sconcerto dei turisti (ormai abbastanza numerosi a Monunent Vally), che si trovavano di fronte ad una cittadina non indicata sulle mappe,  passarono altri due anni prima che il set venisse definitivamente smantellato.  Infine,  chi non ricorda la mitica scena di apertura del grande classico “Sentieri selvaggi”, con la porta della fattoria che si are e vede stagliarsi in lontananza tra la luce accecante e la polvere la sagoma di John Wayne tra Grey Whiskers e Mitchell Butte?  La fattoria degli Edwards (poi incendiata dai Comanche) venne infatti temporaneamente costruita a poche centinaia di metri dal luogo dove ora sorge il Visitor Center, a sinistra della strada. Dalla parte opposta, di fronte al Sentinel Mesa, una piccola altura venne invece utilizzata per collocarvi il cimitero di famiglia.  Del set non rimane oggi però più alcuna traccia, così come della fattoria dei Jorgenses da cui John Way se ne va  nella suggestiva inquadratura finale con la porta che si chiude, costruita ai piedi del Mitchell Butte. 

Tutte le formazioni rocciose sono scenografiche, ma sin dall’inizio del percorso sono soprattutto le tre buttes sulla sinistra ad attirare l’attenzione:  West Mitten Butte, East Mitten Butte e Merrick Butte,  visibili dal primo punto di sosta. I  tre  monoliti di sabbia rossa che si stagliano sull’orizzonte sono praticamente il simbolo della Monument Valley, scenario immancabile nei grandi classici western hollywoodiani.  La prima di queste è anche l’unica che si può raggiungere a piedi, con un percorso circolare di  circa 5 km  (Wildcat Trail) che partendo dal Visitor Center consente di girarci attorno per ritornare poi al punto di partenza. 

Le tre formazioni sono immediatamente riconoscibili nei fordiani “Ombre Rosse”, con la celebre corsa della diligenza sulla pista, e “Massacro di Fort Apache”, ma anche in altre pellicole come “La grande cavalcata (Kit Carson, 1940), nelle sequenze della carovana  in marcia; oppure in “C’era una volta il West” di Sergio Leone, nella scena del calesse della Claudia Cardinale che scende nella valle.  Poco oltre, al secondo punto,  la Elephant Butte  necessita di molta fantasia per giustificare il nome che le è stato attribuito, al contrario delle Three Sisters  del punto successivo, che sono invece immediatamente riconoscibili per i tre sottili pinnacoli ben distinguibili fra i ben più spessi e tozzi monoliti del panorama circostante.  Sotto queste rocce venne girata la scena del film “Uomini selvaggi” (1971) in cui William Holden viene ucciso dopo essere stato raggiunto dai suoi inseguitori. Anche Sergio Leone  rende omaggio  a queste rocce, facendovi transitare davanti la diligenza con Claudia Cardinale in “C’era una volta il West”.

Ben prima della sua morte (1973), già da tempo ad Hollywood la Monument Valley  veniva definita “la terra di Ford”, venendo a tal punto identificata con lui che gli altri registi quasi non osavano girarvi film. Gli venne addirittura dedicato uno sperone roccioso: il John Ford Point (punto 4),  reso famoso dalle sequenze di “Sentieri selvaggi” in cui  Jeffry Hunter si cala dalla roccia per entrare nottetempo nell’accampamento dei Comanche. Una zona altamente panoramica dove immancabilmente i turisti amano farsi fotografare a cavallo (a pagamento) sullo sperone roccioso che domina la valle sottostante. Una foto che sicuramente vale la spesa, se si ha la fortuna di arrivarci quando non c’è troppa gente.  Oltrepassata la grande formazione rocciosa del Camel Butte,  la strada compie un anello circolare portandosi verso sud est verso il maestoso Rain Good Mesa,   dove dal lato opposto spicca il solitario The Hub, a ridosso del quale vivono tuttora alcuni Navajo nei loro hogan.  Proseguendo, si arriva ad un altro punto particolarmente caro ai cineasti. Le dune davanti al Totem Pole (quello scalato da Clint Estwood nel film “Assassinio sull’Eiger”) e Yei-Bi-Chei (i danzatori, in lingua Navajo),  tra tutte le location è forse quella  che è stata maggiormente sfruttata da Hollywood.  A cominciare dal 1925, quando venne girato “Stirpe Eroica”,  con la sequenza in cui gli indiani vengono informati dell’arrivo degli spagnoli.  Con “Il massacro di Fort Apache” (1948) vengono particolarmente valorizzate in una sequenza del viaggio del capitano Kirby (John Wayne) alla ricerca del rifugio di Kociss. Ed ancora nel successivo “Sentieri Selvaggi” le dune servono come terreno ideale per costruirvi l’accampamento dei Comanche di Scarr dove si trova la nipote rapita , mentre lì vicino, a Sand Spring (l’unico corso d’acqua dentro il parco) ha luogo la drammatica scena in cui Debbie scongiura lo zio Ethan di allontanarsi dall’accampamento. Dove prima c’era l’accampamento Comanche, in “Il grande sentiero” viene ambientato il villaggio dei Cheyenne, impersonati come di consueto da Navajo locali.

Costeggiando la Spearhead Mesa  si arriva al punto più estremo della valle:  Artist Point,.un altro punto panoramico privilegiato, dove l’orizzonte si perde a vista d’occhio. Per la loro posizione, non tutte le formazioni godono delle medesime condizioni di luce e questa zona pare offra invece il meglio di sé al mattino. Ma è inutile fare previsioni perchè in ogni caso sono le nuvole ed il sole a conferire alle rocce ed alla sabbia durante la giornata una dominante piuttosto che un’altra. L’anello si chiude con North Window,  luogo ideale per una panoramica della valle da settentrione e per questo molto ricercata dai cineasti sin dai primi tempi.  Dopo l’ incontro di Kit Carson con i Navajo sconfitti nel muto “Stirpe eroica” del 1925 e le scene dell’inseguimento di “Terra selvaggia (Billy the Kid 1941, primo film a colori realizzato nella valle,  le cui bellezze vengono così ulteriormente valorizzate), la zona, ed in particolare la formazione chiamata The Thumb (un bizzarro monolite isolato), viene prescelta per la sequenza del ritrovamento del bestiame rubato e massacrato dai Comanche nella prima parte del film “Sentieri selvaggi” e per alcune scene del successivo “I dannati e gli eroi”. 

Nessun altro posto potrà tuffarvi così intensamente nel vecchio West e farvi rivivere l’epica epopea del cinema western!

Testo e foto: Franco Borgis


Roberto Rossi ha scritto un libro dedicato alla magia del West Americano, una pubblicazione dove lui stesso racconta la sua esperienza di viaggio e dove fornisce informazioni fondamentali per chiunque voglia scoprire questo angolo d’America così selvaggio e romantico, ne parla anche nella precedente pubblicazione dedicata alla Route 66.

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